So long you've left and arrived,
it's time for you to stay a while.
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KINGDOM
« You, welcome addiction, WHAT
Senza nessuna pretesa, questo si atteggia ad essere un "blog di recensioni". Ovviamente, inutile dire che tutto ciò ivi riportato appartiene a me e solo a me. Sono bene accettate critiche, saluti, insulti, strette di mano e qualche cenno d'assenso. Il titolo del blog è preso dall'ultimo album di IAMX. "Welcome addiction", perché tutto ciò di cui parlo qui per me è un po' una droga. Ed ogni droga crea dipendenza. E droghe di questo tipo sono più che benvenute.
WHO
Nicoletta è, fondamentalmente, una drama queen. Ama tante cose e ne detesta altrettante. Vi interessa saperne di più ? Dubito. Ma, comunque, sappiate che mangia pescibanana. Oltre a questo, divora musica e libri, un po' meno i film e ancora meno le serie tv (ma non parlatele di Queer as Folk, altrimenti si esalta). E, cosa tremenda a dirsi, ha delle opinioni ! Addirittura !
WHERE
ma che mu-schermaglie sullo schermo scripta manent credits
Marta per il layout; FOOL LOVERS per il meraviglioso background con le meline. |
« giovedì, 24 settembre 2009 »
( Drama Queen @ 22:58; commenti (2) ) I'm caught in the simmetry of your mind;
I Mew sono la mia ossessione musicale più recente.
Ma a dirla tutta li conosco da un bel po'. All'epoca sinceramente non so cosa mi avesse "stancato" di loro, so solo che l'album And the Glass Handed Kites del 2005 l'avevo ascoltato un tot abbastanza limitato di volte, concentrandomi solo su alcune tracce, per poi abbandonarlo. Che ERRORE. Un mesetto fa, con l'uscita del novello No More Stories (titolo originale: No More Stories / Are Told Today / I'm Sorry / They Washed Away / No More Stories / The World Is Grey / I'm Tired / Let's Wash Away, che figata di titolo, eh ?), mi sono detta "Ah, i Mew ! Avevano fatto quell'album carino, riprendiamoli, tanto non ho un cazzo da fare", e, miracolo, quell'album carino per me è diventato linfa, ho succhiato ogni nota da tutte le tracce, l'ho divorato, ed ho dedotto che l'album degli Empire of the Sun è carino, mentre And the Glass Handed Kites è proprio bello. Per non parlare poi di Frengers (gioco di parole tra "friends" e "strangers"), del 2003, l'album con cui sono usciti dal panorama nazionale, che è un gioiello di pop delicato e impalpabile, con rapidi passaggi dall'elettrico al sinfonico e all'acustico. I Mew, però, prima di essere la mia ossessione musicale più recente, sono innanzitutto un gruppo alternative rock danese, e sono attivi, pensate, addirittura dal 1995, complice l'amicizia tra i tre componenti della band, Jonas Bjerre, Bo Madsen, e Silas Utke Graae Jørgensen. Oltretutto, dopo aver ripetutamente ascoltato la loro discografia in lungo e in largo, posso affermare con assoluta tranquillità che i Mew sono uno dei gruppi alternative rock più innovativi della scena europea odierna e, ovviamente, anche tra i meno cagati. Ma d'altronde chi si caga la Danimarca. Alcuni nemmeno sanno che esiste (forse giusto i metallari per King Diamond e gli indie-boyz per i Raveonettes). E questo mi fa a tratti incazzare, perché mi dico "Ma come cazz-ehm-diamine è possibile che nessuno si accorga della loro bravura ? EH ?". Però per altri versi sono compiaciuta del fatto che i Mew non facciano di tutto per promuoversi e sfondare ad ogni costo (e dopo più di 10 anni di carriera, con album così ben riusciti oltretutto, uno ci spererebbe anche di fare il botto). Forse, così facendo, l'apprezzamento dei loro lavori da parte dei fan risulta sicuramente più elevato. I loro album sono gemme da scoprire poco per volta, e mi ritengo alquanto fortunata a conoscerli. ![]() (per chi tra voi non sapesse dove si situa la Danimarca, Jonas ve la indica molto gentilmente)
Tralasciando ampiamente quello che dice Bono Vox del gruppo ("Ma i Mew sono i nostri eredi ! Vero Edgy ?", che, voglio dire, cazzo c'azzeccano i Mew con gli U2 non lo sa nemmeno l'onnisciente padreterno, ma comunque, fa sempre piacere ricevere certi complimenti da uno come Bono, più o meno, credo), il sound dei Mew è effettivamente molto particolare, ricercato, distante dai millemila gruppi catalogati come "indie" in questo scorcio di secolo e quindi, per certi versi, anche parecchio raffinato.
Sì ragazzi miei, sto dicendo che questa non è roba per tutti, e, dato che sono ancora in possesso delle mie facoltà deduttive, se dire queste cose fa di me una snob di merda, bene, era nei miei intenti apparire tale !, e mi crogiolo anche in questa convinzione. Quella dei Mew è musica acculturata per gente acculturata. Io lo sono, e stfu. (come sono simpatica !) Ora, prescindendo dalle mie scherzose carinerie estemporanee, cos'è che rende così particolare il sound dei Mew ? Potrei dire la potenza degli strumenti; potrei dire la voce angelica di Jonas Bjerre (mio-dio, ha un'estensione vocale mostruosa, il ragazzo, oltre ad avere un viso a dir poco adorabile); potrei dire l'articolarsi continuo di chitarre poderose e batterie martellanti; potrei dire le tastierine eteree che si insinuano tra gli accordi, ed i testi spesso vaneggianti (alle volte veramente belli), in una continua evocazione di nomi a noi sconosciuti (ah, la Danimarca !). Non lo so, potrei continuare ancora per un bel po'; l'unica cosa di cui sono assolutamente certa è che tutte le volte che mi avvicino ad una loro canzone percepisco come inquietante sia l'intreccio di emozioni umane, e che si rispecchia nelle loro canzoni in un'alchimia quasi magica tra distruttività e dolcezza. E' una sorta di "veleno bianco" che non riesce proprio ad uscirmi dalla testa. I Mew non sono dream-pop, non sono progressive, non sono art-rock, non sono shoegaze, non sono alternative né mainstream. Sono tutto e sono niente, sanno modellarsi come fossero fatti di pongo, prendendo dagli altri ma riuscendo a brillare sempre di luce propria, ed per questo che li amo. Mew - No More Stories (2009, Columbia Records)
Genere: alternative rock/art-rock/dream-pop ![]() (unica pecca di quest'album: LA COPERTINA, terribile; sarà colpa del loro grafico se non sfondano ?) L'album da pochissimo uscito, di cui parlavo prima, anticipato da un EP contenente due brani del disco compiuto e tre b-sides, è stato accolto da me medesima con stupore e meraviglia. Mi ha (e loro mi hanno) strabiliato. Non c'è un solo pezzo dell'album che non sia riuscito, o che non completi in qualche modo la quadratura del cerchio. L'inizio, strascicato, affidato a New Terrain, a metà tra synth e chitarroni esplosivi, in realtà è, ingegnosamente, una traccia palindroma. Palindroma perché, se sapete smanettare con uno di quei programmi fichi per mp3, oppure se più semplicemente la skippate al contrario nel lettore cd, ta-dàn, ecco che ne emerge una nuova traccia, Nervous - che non trovate nel cd, ma solo nell'edizione in vinile. Introducing Palace Players è il primo singolo uscito, e sostanzialmente è IL singolo. Straordinario, immediato, graffiante, con chitarre e basso da paura, smorzato solo dalla voce eterea di Jonas - We know so much, so much we do / No answer. Beach, a seguire, scorre via tranquilla, tanto che sembra di trovarsi davvero su una spiaggia soleggiata, ma subito dopo ritorna lo stridore, il pulsante martellare di chitarre e batteria, con Repeterbeater, secondo - ed ovvio - singolo estratto, contornato da un video che trovo molto bello. Silas the Magic Car è puro dream-pop, sognante e delicato, senza risultare però troppo zuccheroso, e il sogno continua ancora per altri ben 7 minuti e 21 secondi con Cartoons and Macramé Wounds, che è un percorso in saliscendi, nella sua orchestralità inebriante. Inutile dire che la voce di Jonas in queste tracce si sposa perfettamente, ed è alla sua prova migliore. Usciamo lentamente dal mondo onirico, con la breve intro-outro di Hawaii Dream (dal cui testo è ricavato il titolo dell'album) e ci ritroviamo in uno strambo mondo. Synth e corde ruvide su basi caraibico-hawaiiane. Come, prego ? Hawaii è proprio una canzone stramba a sentirla, con i suoi echeggi tropicali e le nostre amiche chitarre sopra a far bisboccia. Ma, insomma, stupefacente. Vaccine è un'altra delle mie tracce preferite, e non so nemmeno perché, dato che non aggiunge moltissimo al pout-pourri di No More Stories; mi risulta però, nel suo incedere cadenzato e nell'esplosione del ritornello, irresistibile. E poi, woh, Tricks of the Trade, che è synth-pop alla meglio maniera, à-la Depeche Mode, infarcito di clap e distorsioni. L'ultima sfida tesa dai Mew all'ascoltatore consiste nell'assoluto mondo a parte di Sometimes Life Isn't Easy. Non è una canzone, è un'epopea. L'intro alieno, tra grida straniate e overture di sax, da' l'avvio ad un periglioso viaggio attraverso generi e stili, che si apre luminoso nel ritornello (con tanto di coro di voci bianche) e nel finale sofferto e sussurrato, solo voce distorta e piano. Divina, impalpabile, ed assimilabile solo dopo diversi ascolti. A chiudere ci pensa Reprise, che, appunto, riprende il dream di Silas the Magic Car, e ci riporta pian pianino alla fine dell'album, con un testo semplicemente da scioglierti (Lift your head, don’t forget you are loved / Hang onto me, that'll be the first words that you learn / Listen child and believe them until you die / Not long for me, for you, see / The dreamers have all grown, and I so wanted children of my own). Io non posso dire altro se non: abbagliante. Tracklist:
1. New Terrain 2. Introducing Palace Players 3. Beach 4. Repeterbeater 5. Intermezzo 1 6. Silas the Magic Car 7. Cartoons and Macramé Wounds 8. Hawaii Dream 9. Hawaii 10. Vaccine 11. Tricks of the Trade 12. Intermezzo 2 13. Sometimes Life Isn't Easy 14. Reprise Voto: 8.5/10
In ma che mu-.
« domenica, 20 settembre 2009 »
( Drama Queen @ 23:12; commenti (4) ) It's a hard lesson, but let me learn;
Innanzitutto, prima di parlare nello specifico di un album, farò un breve scorcio sull'artista la cui ultima fatica mi accingo a descrivere. Conoscete già Patrick Wolf ? Bravi, vi voglio bene. Non conoscete Patrick Wolf ? E' un po' come viaggiare senza Alpitur, "Ahiahiahi". E con questo intendo: "Accidenti, che disdetta miei cari lettori, Patrick Wolf è uno degli artisti più promettenti del panorama musicale odierno e voi non lo conoscete ? CHE CI FATE ANCORA QUI, ANDARE". Ecco, insomma.
![]() (qui nella versione "redhead is better", stagione '07/'08) Patrick Wolf è un artista inglese. Un musicista, per la precisione, di 26 anni (ebbene sì, è dell'83), e, nonostante la sua giovane età, polistrumentista d'eccezione - chitarra, ukulele, piano/tastiere, voce, e gli immancabili quanto amati strumenti ad arco, violino e viola su tutti. Ancora infante, il nostro Patrizio d'oltremanica inizia a giocherellare con un bel po' di questi strumenti, già fresco di coro e lezioni di violino. Di lì a poco scopre l'elettronica, e non passa molto tempo prima che la sua forte vena, e passione, musicale si trasformi in vero e proprio impegno. Patrick Wolf è istrionico. Snob. Passionale. Turbolento. Trasformista. E, soprattutto, molto dotato. Musicalmente parlando, che avete capito. Il suo primo album, datato 2002, si intitola Lycanthropy. Un album viscerale, istintivo, in cui senti nettamente che il passo tra il Wolf uomo e quello "licantropo", animalesco e bestiale, è breve. My blood beats black tonight - come dimenticarcene. Il giovane riesce comunque a destreggiarsi bene di fronte a qualsiasi genere gli capiti a tiro: il folk ? C'è, e si chiama Pigeon Song. La ballatona ? C'è pure quella, Demolition. L'elettronica sporca ? Bloodbeat. Low-fi ? To The Lighthouse. E qualcosina di acustico ? Pronti, Peter Pan. Insomma, il materiale è tanto, e Lycanthropy riesce ad essere parecchio vario, senza però confondere. Il passo successivo di Mr. Wolf è Wind in the Wires, 2005. E qui la maturazione è palpabile. Non c'è più il ragazzino vagabondo che, violino in spalla, fa la spola tra Parigi e Londra alla ricerca della propria identità. Il Patrick che troviamo nel 2005 è consapevole del proprio - enorme, lasciatemelo dire - talento. E, grazie a questa sua consapevolezza, riesce a legare gli episodi di questo suo lavoro in maniera talmente superba da lasciare l'ascoltatore di stucco. Dall'incalzante The Libertine (il singolo che me l'ha fatto, all'epoca, conoscere), passando per la bellissima Teignmouth e la dolce chitarra di Wind in the Wires, attraverso la sensualissima ed esplosiva Tristan - fuoco allo stato puro -, il nostro giovane cantastorie riesce a farci apprezzare anche quelle tracce appena accennate ma dipinte vividamente, ovvero The Shadow Sea, Apparition, Jacob's Ladder ed Eulogy (uno dei miei pezzi preferiti dell'album). Tredici canzoni per un su e giù di emozioni continuo ed inarrestabile. Un album unico ed imperdibile. Arriviamo al 2007, e Pat si ricorda di avere un asso nella manica che ha solo fatto intravedere nei suoi precedenti lavori, e per questo si accinge a sfoderare uno dei suoi amori più antichi. L'elettronica. Ce la sventola sotto al naso, come a dirci "Guardate, sono bravo anche in questo !". E, caspita, lo è davvero. Il trittico iniziale di The Magic Position - composto da Overture, The Magic Position, Accident & Emergency - è un beat continuo, scanzonato, giocherellone e quasi strano alle nostre orecchie ("Patrick Wolf non fa solo cose tristi ?"). Ma i capolavori dell'album non si fanno attendere, ed ecco, racchiuse proprio nel cuore, la continua pulsazione deluso-amorosa di Bluebells, il meraviglioso duetto con Marianne Faithful di Magpie, ed Augustine, straziante e sommessa nelle strofe, altrettanto straziante ed ululata nei ritornelli, tre canzoni che fanno pace con le precedenti ed equilibrano il tutto. Se poi ci aggiungiamo altre tre tracce jolly, Get Lost - non ricorda i Cure prima maniera ? -, Enchanted e The Stars, adorabile nenia sospesa a metà tra incanto e realtà, il gioco è fatto, e noi siamo ben lieti di continuare a giocare con questo meritevole artista. Credete che lo stupore finisca qui ? Mi spiace deludervi, ma il meglio deve ancora arrivare. D'altronde la recensione è partita per descrivere questo: Patrick Wolf - The Bachelor (Nylon Records, 2009)
Genere: orchestral pop, electro-folk ![]() E' il 2009, e Patrick, deo gratia, non è ancora stanco di allietare, con la sua musica, il suo stuolo di ammiratori, ora cospicuamente nutrito (più ammiratrici, a dirla tutta, perché il fascino del sopracitato è indiscutibile, nonostante il suo palesato orientamento sessuale). The Bachelor - prima parte di un doppio concept intitolato Battle, cui seguirà, il prossimo anno, The Conqueror -, è appunto l'ultima fatica del nostro caro enfant prodige, ed un vero e proprio capolavoro. Un capolavoro del songwriting post-00s, e sicuramente il capolavoro di Pat - di livello pari, se non superiore (almeno per maturità artistica) a Wind in the Wires. E non lo dico così per dire, basta un ascolto, anche profano, per rendersene conto senza eccessivi sforzi cognitivi. Maestria compositiva ovunque ci si volti - e non parlo solo di musiche, Pat è senza dubbio anche un eccellente narratore, e in questo album si spinge verso temi sempre più complessi e profondi - la battaglia contro l'omofobia, il suicidio, gli "hard times" di matrice dickensiana, la guerra e l'emarginazione. Patrick ha ancora in spalla il suo violino, e lo sfoggia con magniloquenza nella title track - The Bachelor, per l'appunto, in duetto con Eliza Carthy -, in Thickets, e nell'orchestrale, meravigliosa, struggente Damaris. Ma padroneggia sempre meglio anche la sua electro-propensione, mescolandola ad un folk-pop di sublime fattura, da cui emergono capolavori come Oblivion, Vulture e Hard Times (primo e secondo singolo estratto). Sperimentazioni ? Perché no. L'orientaleggiante drum di Theseus è a dir poco ipnotico. La carica di stampo industrial che troviamo in Battle è tanto insolita quanto appetitosa, complice la produzione di quella vecchia volpe di Alec Empire degli Atari Teenage Riot (e sfido io a trattenersi dall'urlare "TRIBE ! BATTLE ! FIGHT !"; è difficile !). Il synth affiancato da violini e cori che troviamo in Count of Causalty è un filo che lega The Bachelor ai precedenti lavori, mentre la gospel-attitude di Who Will? se ne discosta decisamente. Blackdown - traccia minimal, una conversazione tra Patrick e il suo piano -, The Sun is Often Out, stupenda dedica all'amico Stephen, morto suicida, e The Messenger chiudono il cerchio. Cioè, ragazzi, non c'è bisogno che vi dica io di ascoltare questo disco. Fatelo e basta, ecco. Tracklist:
1. Kriegsspiel
2. Hard Times 3. Oblivion 4. The Bachelor 5. Damaris 6. Thickets 7. Count The Casualty 8. Who Will? 9. Vulture 10. Blackdown 11. The Sun Is Often Out 12. Theseus 13. Battle 14. The Messenger Voto: 9.5/10
Nemmeno a dirlo, Patrick Wolf è uno dei miei cantautori contemporanei preferiti. Lo seguo da parecchio, e sono molto soddisfatta della direzione che sta prendendo (ne parlo come fosse mio figlio, ach !). Il suo percorso è talmente eclettico da far pensare ad un erede di Bowie. L'ho visto biondo, impulsivo, stridente e gitano; moro, romantico e sensualmente introspettivo; rosso fuoco tutto dedito a colori e carillon elettronici; ed ora è di nuovo biondo, agghindato come se fosse balzato fuori da un racconto fantasy di cavalieri medievali. Artista d'avanguardia o cantautore sopravvalutato ? Stile o semplicemente spocchia infantile ? Francamente, di queste sterili polemiche me ne frega poco. A noi fan Pat piace proprio così, e spero, sinceramente, che la sua carriera sia bella luminosa. In ma che mu-.
« lunedì, 31 agosto 2009 »
( Drama Queen @ 20:46; commenti (3) ) Niente sarà più come prima;
Twilight (2008)
Regia: Catherine Hardwicke Genere: fantastico, horror (?!), romantico ![]() Twilight è una di quelle valanghe mediatiche che ogni tot di tempo invadono ed infestano le chiacchiere adolescenziali e - purtroppo - non solo adolescenziali. Twilight è tipo un virus. Anche se ti consideri relativamente al sicuro, è difficile che tu non venga anche solo sfiorato dalle vicende di Bella ed Edward. In Twilight c'è tutto. Romanticismo, teen angst, drama, vampiri, commedia (in certi momenti ho riso fino alle lacrime !), effetti speciali (tra cui il bagliore emanato da Edward), emo moments e tanto altro. E' un calderone da cui attingere a piene mani.
Ma andiamo con ordine. Quello di cui sto per parlarvi è il film, di Twilight, diretto da Catherine Hardiwicke, rilasciato nel 2008, e ispirato (decisamente poco, ma comunque) all'omonimo romanzo di Sthephenie Meyer, del 2005. Non ho mai preso visione del materiale cartaceo da cui è tratto tutto questo, e penso che in futuro toccherà accontentarmene. ![]() ![]() L'intelligente Bella Swan ed il tenebroso Edward Cullen La trama immagino la conosciate un po' tutti. C'è questa diciassettenne, (Isa)Bella Swan (soprannominata Bella e Scema, Bella de Papà, o semplicemente Più Bella nel Film che nel Libro), classica teenager in preda a crisi emozionali e sconvolgenti pienezze di ormoni che non sfuggono ai più. Per i primi venti minuti del film ci viene ripetutamente mostrato quanto Bella sia tremendamente sfigata - e quindi potenzialmente meta delle identificazioni di un buon 3/4 della popolazione adolescenziale femminile. Sua madre e il suo patrigno (un intelligentissimo tipo che gioca a baseball) se ne vanno a Jacksonville, lasciandola in balia di un padre col carisma di una tartaruga delle Galapagos, cosìcché la povera ragazza deve iniziare la scuola a metà anno, in una cittadina sperduta e terribilmente retrò. Immediatamente viene etichettata dai suoi compagni come, appunto, sfigata (e sappiamo che la reputazione scolastica è la cosa piùpiùpiù mapropriopiù importante nella vita di una ragazza): il primo giorno parcheggia il suo scassatissimo camioncino porta-legna/scarica-letame (di un meraviglioso color ruggine incalcarita) nel bel mezzo della piazzola principale e, MAMMAMIA, MA PERCHE' TUTTI MI FISSANO; è superbamente scarsa in qualsiasi tipo di sport e scoordinata all'inverosimile, cade e s'azzoppa per tutta la durata del film; viene sin da subito avvicinata da un gruppo di amebe informi che passano la metà del film a fare apparizioni totalmente random, nonché cretine e fuori luogo (sto ovviamente parlando dei simpaticissimi Eric - IL CINESE -, Mike - L'IDIOTA -, Angela - più sfigata di Bella, è possibile ? -, Jessica - L'OCA -, e del nigga tuttora non identificato), che pensano di essere amicici del cuore di Bella già dopo due ore esatte dal suo arrivo in città e che lei, per tutta risposta, snobba in maniera decisamente manifesta; in più, ehi, Bella è dell'Arizona e, gesù mio, non è abbronzata ! Dopo la presentazione di Bella ma Sfigata, ecco apparire dal nulla, proprio sullo stile "apparizioni della Madonna", il clan dei Cullen. Ma chi sono questi Cullen ? In ordine di intelligenza: Alice, Jasper, Emmett, Rosalie, Edward. A noi, a cui non potrebbe fregarcene di meno, vengono più o meno descritti come ricconi sfondati provenienti dall'Alaska (WTF), figli adottivi del dottor Carlisle Cullen (un figo, non c'è che dire), dei tipi che, per la loro altezzosità vorresti picchiare fino alla (tua) perdita di coscienza. Ma, neanche a dirlo, Bella è tutta uno sbattito di ciglia e luccichio d'occhi, "Oddio devo conoscere almeno uno di loro per salvare la MIA REPUTAZIONE". Chi non lo penserebbe, d'altronde. La nostra cara protagonista femminile quindi, intuendo l'affinità di QI, adocchia subito Edward. E qui inizia l'agonia. Lezione di biologia (perché nella scuola di Forks esiste SOLO il corso di biologia): Bella entra in classe e, guarda caso !, l'unico posto vuoto è quello vicino all'aitante Edward Cullen (che nel frattempo alla vista della ragazza assume delle espressioni del tipo I JEEZED IN MY PANTS). Tra una battuta sulla mitosi e l'altra, il sottile gioco di sguardi si fa più intenso, tant'è che per un quarto d'ora le uniche parole che vengono sussurrate sono "anafase" e "metafase". Dio, che romantico ! ![]() "Oggi non ci siamo ancora guardati abbastanza !" In seguito, dopo essersi irretiti l'uno con l'altra, arriva il drammatico incidente. Edward salva la vita di Bella, fermando con la sua megaforza la macchina del pazzoide nigga - presunto amico di lei - nel tentativo di metterla sotto. "ODDIO MA HAI LA MEGAFORZA COME FAI CHI SEI PERCHE'". I due iniziano a frequentarsi assiduamente e le accortezze di Edward proseguono - perché TU sai che è un vampiro, ma la povera scema ancora no -, e lui continua a fare amabilmente sfoggio di superpoteri a caso (superudito, supervelocità, supercambiamento del colore degli occhi, superintelligenza etc etc), "Oh, ma si vede proprio così tanto che non sono normale ?". Bella non ne può più dei pessimi tentativi di nascondere il suo palese essere-vampiro, tanto quanto noi non ne possiamo già più del film, e quindi si decide a fare ricorso a qualcosa di divino, un vero e proprio deus-ex-machina. GOOGLE. Essì, perché senza google la trama sarebbe naufragata. Colpi di genio, intuizioni ("HA LA PELLE FREDDA, QUINDI... !"), ricerche senza fine - della durata massima di un paio di link cliccati a caso su siti presumibilmente affiliati a sette sataniche -, finché Edward, nel bel mezzo di un bosco di conifere, capitola. "E' vero, io sono un vampiro e tu no". Gioco di sguardi. Gioco di sguardi. "Io me ne sbatto della morte" - "Bella non dire così" - "Io me ne sbatto della morte" - "Bella.." - "Scopiamo" - "Non si può, sono cattolico" - "Me ne sbatto della religione" - "I tuoi feromoni sono potenti, potrei ucciderti" - "Me ne sbatto della morte" - "Ti prego, guardami". Gioco di sguardi. Gioco di sguardi. "Saliamo sull'albero, ti va ?" - "Che bello, sei così veloce, così forte, così dark e così vampiro" - "Ti piace da quassù ?" - "E' la prima volta che salgo su una conifera" - "Guarda, luccico" - "Così ti posso trovare anche al buio". Gioco di sguardi. Gioco di sguardi. "Fidanziamoci, ti va ?" - "Sì, però possiamo solo guardarci" - "E' vero, sono cattolico". ![]() "ADORO LE CONIFERE !" Stanno insieme da quasi sei giorni, ed è giunto il momento di introdurre Bella alla famiglia Cullen. Ovviamente i Cullen non hanno le pezze al culo. La loro casa è una di quelle che si vede nei reportage di CasaAmica, un'abitazione curata da architetti norvegesi che hanno deciso di fare ancora più soldi costruendo qualcosa di assolutamente ecologico nel bel mezzo di una foresta. Di conifere. I Cullen sono un branco di vampiri strafighi che si spacciano per buoni, e vegetariani (ovvero bevitori di sangue non-umano), anche se si vede lontano 300km che hanno una voglia matta di infilare una cannuccia nella giugulare di Bella. Alice Cullen vede nel futuro, però a modo suo (AH BOH); Jasper Hale, fidanzato di Alice, che sta lì solo per farci vedere quanto è difficile per i vampiri resistere al sangue umano; Emmett Cullen, che non ho ben capito cosa faccia, a parte essere inutile; Rosalie Cullen, odia Bella; Carlisle Cullen è il padre-padrone, unico dottore di Forks, presumo; ed infine la moglie del dottore, Esme Cullen. Tutti sono così felici di conoscere Bella ! - perché la vorrebbero morta e pronta da addentare, e noi sentiamo già di amare i Cullen, uniti dallo stesso desiderio di vedere la protagonista agonizzare. Ma il pericolo è in agguato ! Misteriosi assassinii ad opere di "strani animali" (ovvero vampiri, logicamente) si susseguono a Forks e dintorni, ma no !, non possono essere stati i Cullen, loro sono buoni !1! E infatti, mentre la piccola allegra famigliola del Mulino Dark si destreggia in improbabili partite a baseball con la base di Supermassive Black Hole dei Muse, ecco che fanno la comparsa i vampiri cattivi, venuti in qualche modo a reclamare il loro territorio. Ma i vampiri, una volta, non si riunivano in Romania, tipo ? Comunque, facciamo la conoscenza di Laurent, un bestione nigga con il buon senso pari alla lunghezza dei suoi capelli, di Victoria, cioè, pardon, la femmina, e di James, il cacciatore, coi sensi sempre all'erta. Proprio quest'ultimo viene messo sull'attenti dai potenti feromoni emanati da Bella, che nel frattempo stava orgasmando spontaneamente su Robert Pattinson con la casacca da baseball. E allora via ! Presto ! Portiamo via Bella da questi maledetti, allontaniamola dalla sua casa, organizziamo piani assolutamente idioti per depistare la caccia di James (in cui James, essendo idiota q.b., inizialmente cascherà come un pollo), torniamo in Arizona sui nostri macchinoni che NESSUNO noterà per la strada. Non poteva, come da copione, mancare la scena strappalacrime tra i due innamorati. Edward guarda Bella, solito trito e ritrito gioco di sguardi, "Ora tu sei tutta la mia vita". Le ragazze gemono e piagnucolano sul romanticismo trasudato dallo schermo, non essendosi accorte che Edward stava palesemente alludendo alla sua Volvo, figa e fiammante come non mai. Ma James è una bestia, un mostro, inarrestabile, e, cioè, è proprio cattivo ! Cosa si può fare adesso ? Bella invece è così carina nella sua disarmante ingenuità (è proprio una credulona del cazzo) che spontaneamente sceglie di cadere nella trappola tesale da James. "Ho in ostaggio tua mamma ! AH AH AH come sono cattivo !" - "Ciao Bella ciao Bella ciao Bella ciao Bella (voce che più campionata non si può)" - "Oh no, mamma ! Ti ha rapito, ma io ti salverò !". Detto fatto, Bella è in trappola, e James sta per ucciderla ! Ma no, purtroppo arrivano Edward ed i suoi scagnozzi, che nella scena clou del film, tra calci volanti, graffi con unghie laccate e finale falò, disintegrano James. Però a Bella non è stato risparmiato una mezza rescissione dell'arteria femorale ed un bel morso sul braccio da quel cattivone. La nostra eroina è agonizzante (urrà), tra la vita e la morte (yeah), diventerà una vampira (... no cazzo)! Non potremo più liberarci di lei ! Per fortuna il nostro caro Eddy pone rimedio anche a questo. Spinto dall'invincibile amore che prova per la ragazza (che, è bene ricordarlo, dura da qualcosa come un mese, su per giù), va contro tutti i suoi istinti omicidi e si nutre del sangue della ragazza con l'unico scopo di succhiarle via il veleno. Maddai Ed, lo sappiamo che è una ripicca per il fatto che lei non te l'ha data finora - e che non te la darà per i prossimi tre libri. Il finale del film vede una Bella ospedalizzata, alle prese col dilemma se essere o meno un vampiro (eh sì, abbiamo almeno avuto tutti una volta nella vita dilemmi del genere), lamentandosi di quanto la vita sia difficile, raccontando balle alla preoccupatissima mamma nel frattempo rincasata ("Eh ma', sono caduta dalle scale e poi, guarda un po', sono caduta così forta da riuscire a lanciarmi fuori da una finestra !", una scusa credibilissima, la userò anche io) e discutendo con Ed sul loro rapporto. "Edward, perché mi hai salvato ? Io volevo luccicare come te !" - "No, ora non è possibile, lo sai, c'è qualcosa che ce lo impedisce" - "Ma cosa stai dicendo, col nostro amore possiamo tutto" - "Bella, io sono un cazzo di vampiro" - "E allora ? E' un ostacolo questo ? Prendi Romeo e Giulietta" - "Però Romeo e Giulietta muoiono" - "Ma se tu mi trasformi in un vampiro non moriremo !" - "Bella, tesoro, hai visto anche tu che tra Buffy ed Angel non ha funzionato" - "Va bene, va bene, per stavolta mi accontento di essere normale, ma non ti assicuro niente". E insomma. Ballo della scuola, e vissero felici e contenti. E' proprio vero, Twilight insegna a rincorrere l'amore, qualunque forma esso abbia. Specie se ha la forma di Robert Pattinson a petto nudo. E' un'eccezionale epopea che mostra la rivincita delle sfigate. Se incontrate un vampiro, ragazze, è fatta ! Bella, in fondo, trova un ragazzo che, seppur con qualche piccolo difettuccio (i denti lunghi, il pallore, la parlata ottocentesca e la passione per il sangue), è un ragazzo pieno di valori. Tra cui una Volvo. Voto: 4.5/10
« mercoledì, 26 agosto 2009 »
( Drama Queen @ 18:11; commenti (3) ) Ciò che chiamiamo bello ci fa tremare;
Dio di Illusioni - Donna Tartt
(titolo originale: The Secret History, Rizzoli, 1992) ![]() Ecco, copypastando l'incipit del precedente post: Dio di Illusioni "è uno dei miei tre libri. Miei.
Nel senso, uno di quei libri - ripeto, solo tre finora - che, almeno una volta l'anno, devo rileggere, assolutamente. Mi ha trasmesso tantissimo e, meraviglia delle meraviglie, continua a trasmettermi ogni volta, ad ogni lettura." Questa da cui sto emergendo, con fatica, quasi centellinando le ultime parole del libro, è la mia terza rivisitazione del capolavoro di Mrs Tartt. Temo - anzi, ne ho quasi la certezza - che ci sia qualcosa di oscuro e maligno nascosto nella narrazione, perché non è umanamente possibile venir risucchiati da una storia in questo modo, quasi perverso. Il libro ti (mi) permea (quando, annaspando, chiudo tristemente sull'ultima pagina, per giorni e giorni, per settimane, non riesco a parlare d'altro), ti (mi) trascina magicamente all'interno del racconto, e, personalmente, riuscivo a staccare gli occhi dalla carta solo dopo un numero di pagine variabile tra la sessantina e il centinaio abbondante. Per fortuna Dio di Illusioni è un gran bel tomo (536 pagine nell'edizione della Bur che ho io), e prima di rimanere a bocca asciutta devi attendere qualche giorno - a meno che tu, lettore ozioso e nullafacente perdigiorno estivo, non abbia altro a cui dedicarti al di fuori della lettura. Come tutte le altre mie recensioni, anche la suddetta risulterà essere ciò che di più lontano può esistere dall'imparzialità. Ordunque, per sopperire alla mia carenza di oggettività, trascriverò la breve trama riportata dietro alla mia edizione - e lo faccio solo perché su wikipedia non c'è nulla in merito, in italiano. "La Bellezza è crudele": intorno a questa frase, la prima in greco antico insegnata agli studenti del prestigioso Hampden College, nel Vermont, dal professor Julian Morrow, ruotano le vicende di cinque studenti ricchi e viziati, Henry, Francis, Bunny, Charles e Camilla, attratti dalla cultura classica, ma anche dalla droga, le cui apparenze nascondo esistenze segnate da rabbia e angoscia inconfessabili. Il narratore è Richard Papen, studente californiano di modesta famiglia, che riesce a entrare a far parte del gruppo e inizia anch'egli a subire il fascino della forte personalità del professor Morrow. Quando Richard viene a conoscenza di un delitto commesso durante una notte di estasi dionisiaca e follia dai nuovi amici, la situazione precipita e a violanza segue violenza, in un crescendo inarrestabile... Ok, ok, vi concedo di pensare che io abbia una malsana passione per i temi che trattano dinamiche di gruppo degeneranti. Il che è anche vero. Mi piace osservare (se si tratta di film, come in Dead Poets Society) o leggere (se si tratta di libri, come il precedentemente recensito LotF) le azioni di un gruppo di bambini/adolescenti, insieme. Mi piace prendere la lente d'ingrandimento e inquadrare da ogni prospettiva quel minuzioso laborio che fanno tra loro, in evoluzione, giorno dopo giorno, come piccole api operaie nel loro alveare. Anche Dio di Illusioni non è diverso. Però il contesto in cui è calato è affascinante da principio. Innanzitutto, la magica atmosfera di montagna del Vermont. Gli aceri d'autunno, coi loro caldi colori, e la neve, o il Vermont in primavera, con il suo profumo di lillà e caprifogli, la brezza che ti scompiglia i capelli... No, non sono mai stata materialmente nel New England, ma, attraverso le meravigliose descrizioni di Donna Tartt, è un po' come se avessi passato diversi mesi lassù, in compagnia degli studenti dell'Hampden College. Proprio l'Hampden College (non esiste realmente; in verità, ho appena scoperto, ce n'è uno, ma è in Virginia, e si chiama Hampden-Sydney College) è l'università in cui tutti noi italiani vorremmo studiare - o, almeno, gli italiani romantici e bizzarri come me. Prati verdi, natura incontaminata, casette di legno, pace e silenzio, studi interessanti che lasciano spazio però al'immancabile rapporto affiatato e cordiale tra studenti. Il terzo cerchio di atmosfere estranianti è rappresentato dall'elite dentro l'elite: la classe di greco. Un corso più che elitario a dire il vero - vi partecipano solo cinque studenti - visto non di buon occhio dall'amministrazione del college intero, un corso diretto dal professor Julian Morrow. La figura di Julian è impalpabile e inafferrabile, per tutto il libro vorresti saperne di più su di lui - chi è, cos'ha fatto in vita, perché è così famoso nei circoli culturali, cosa pensa anche delle scemenze più infime. Julian è quasi una sorta di divinità, un mentore, che indirizza i suoi studenti nello studio, e non solo in quello. A volte tenero e calmo come un padre premuroso, altre volte freddo e irremovibile come un giustiziere. Trasuda passione, dalla punta dei capelli bianchi fino all'ultima unghia del piede, per la sua materia (greco antico, per l'appunto), e risulta talmente immerso in una sua logica classicheggiante, e quindi così lontano dalla moderna realtà civilizzata, che nella mia mente riesco solo ad immaginarmelo con il chitone e i sandali ai piedi. Tornando alla trama, l'intera vicenda parte come un romanzo giallo un po' - molto - atipico. Insomma, non farò torto a nessuno dicendo che i protagonisti del libro commettono un omicidio a scapito di uno del loro stesso gruppo; e questo ci viene detto nelle prime cinque righe del prologo. Quindi, nessuno spoiler se dico che Bunny muore. Il narratore è Richard Papen, californiano, in trasferta dalla natale Plano, all'epoca della "confessione" di anni ventisei, ma all'epoca dei "fatti" di anni venti. Richard, Richard... E' l'unico personaggio realmente trasparente, di cui si sa bene o male ogni cosa, essendo appunto il narratore. La sua figura è rassicurante, perché anche lui si ritrova per la prima volta, ignaro ed ingenuo, dentro a certe cose di cui non capisce né logica né meccanismi, e tu, lettore, scopri le cose sostanzialmente assieme a lui, "Ah, ecco ! Allora c'è qualcuno che non sta capendo niente, come me !". Richard è un ragazzo semplice - ma non idiota -, un po' inquieto, pessimista ed elucubrativo, come i ragazzi della sua/nostra età. Perennemente insoddisfatto, il suo mettere in mostra un'esistenza non totalmente sua, tentando in tutti i modi di camuffare le sue modeste origini, lo fanno apparire goffamente tenero al lettore, e, nella sua a volte sciocca incredulità (per me è una sorta di novello San Tommaso, fino alle prove materiali ed inconfutabili, difficilmente cede), non puoi non volergli bene. Personalmente, sono molto affezionata a Richard, alcuni suoi lati del carattere me li vedo bene addosso, e, insomma, se già ti piace il compagno di viaggio, il viaggio stesso ne risulterà grandemente influenzato, in positivo. Il flusso narrativo di Richard (spesso mi sono chiesta come abbia potuto mantenere un lucido, dettagliato e coerente ricordo degli avvenimenti per più di 500 pagine - che memoria deve avere il ragazzo !) è scorrevole, e ci introduce immediatamente nel mistero. Il mistero non è rappresentato tanto dal delitto, che, voglio dire, ci è sin da subito palesato, quanto dalle figure che lo andranno a perpetrare - Richard escluso, ovviamente. La classe di greco in sé è un mistero. Perché così pochi studenti per un corso, in sostanza, di una materia come un'altra ? E chi sono quegli studenti, circondati da un'aura di inavvicinabilità, altezzosi e quasi snob, che lo frequentano ? Cercherò di inquadrarli brevemente uno per uno. Henry Winter, 24 anni. Winter, e mai cognome fu così azzeccato. Un ragazzone alto, capelli scuri e occhi azzurri, massiccio, una presenza "importante", nei termini di stazza, con la freddezza e la pacatezza di una notte di dicembre, con delicata neve che cade dal cielo, stalattiti dagli alberi e tutto il resto. Henry si veste di scuro, è il pupillo del professor Morrow (ha la sua stessa estraneità alla cultura moderna: per dire, non sapeva nemmeno dello sbarco dell'uomo sulla Luna), è un autodidatta, studioso rigoroso, conosce praticamente tutte le lingue del globo terracqueo, ed ha un'intelligenza ed una perspicacia fuori dal comune. Henry è inoltre indecifrabile, quasi quanto i suoi geroglifici, imperscrutabile in ogni cosa che fa, incute timore e soggezione, mai una parola di troppo, ma un'emozione trapelata. Assume le redini della situazione come un vero e proprio capo, inamovibile nelle sue decisioni, e quando la situazione precipita, la sua lucidità di pensiero diviene spaventosa, rasentando la follia. Spesso Richard si chiede come sia possibile non sopperire al magnetismo di Henry. E' così sicuro di ciò che dice, e pensa, che non puoi far altro che "eseguire gli ordini". Per quanto mi riguarda, non amo troppo il suo personaggio, per delle ragioni ignote anche alla sottoscritta. Francis Abernathy, 21 anni. Francis è praticamente un dandy mancato, di quelli che potevi figurarti nell'800 come uno degli amanti di Oscar Wilde. Capelli rossi e viso da albino appuntito, magro ed elegante, molto appariscente e particolare, ama i bei vestiti e la bella vita. Apparentemente, il prototipo del principino viziato. Scavando sotto la superficie, Francis si rivela, pagina dopo pagina (specie negli sviluppi del suo rapporto con Richard, durante la seconda parte del libro), tutt'altro che altezzoso e vanesio. E' un personaggio segnato dalla sua storia familiare - una mamma giovanissima ed alcolizzata, un patrigno di soli cinque anni più grande di lui, la sua omosessualità malcelata che, verso la fine, dovrà pagare il suo scotto, e le situazioni economiche non proprio rosee -, è terrorizzato dal mondo che non sa offrirgli sicurezze, e per questo si aggrappa alle persone che ha intorno. Fortemente teatrale e drammatico, isterico, irascibile ed impaziente - insomma, emozionalmente il contrario di Henry -, Francis è, inoltre, molto ipocondriaco, nonostante sia un fumatore incallito. Spassose (in un certo tragico senso) sono le sue scenate sulla paura di morire, sugli attacchi di panico, sulle migliaia di visite a cui, ritualmente, si sottopone. Amo moltissimo Francis, mi fa una tenerezza assoluta, e credo sia, a conti fatti, il mio personaggio preferito, sin dalla prima lettura. Charles e Camilla Macaulay, 21 anni. Loro li metto insieme, perché 1) sono gemelli, gli unici del campus, ci viene detto, e 2) per un certo periodo di tempo nel libro sono considerati come due entità inseparabili. Charles e Camilla ci vengono descritti come gli abitanti di un villaggio ellenico del V secolo a.C., due ragazzi dalle bellezze efebiche e fanciullesche, quasi sempre vestiti con colori chiari, eterei e sorridenti, e sono anche i personaggi a cui Richard si lega di più. Gentili e premurosi, anche loro segnati da una storia tragica (sono orfani e vivono facendo la spola tra nonni e zii), ma comunque estremamente amabili, sembrano quasi venire da un altro pianeta tanta è la loro serena imperturbabilità, specie quella che vediamo all'opera nella figura di Camilla. Bella come una ninfa, ma non di una bellezza costruita, semplicemente bella; e, neanche a dirlo, Richard ne è estremamente affascinato, tanto da innamorarsene col tempo. Credo che il personaggio di Camilla sia il più enigmatico di tutta la storia. Dietro la sua a volte innaturale calma, non sappiamo mai cosa si nasconda. Forse è una fredda macchinatrice come Henry, forse è solo tormentata da chissà quale fantasma del passato, non lo sappiamo; l'unico indizio ci è fornito dal suo legame, in apparenza inscindibile, con suo fratello, Charles. Charles è tanto irrequieto e passionale quanto Camilla è ermetica e distante. Compagnone, simpatico, amico fedele, l'affabile facciata di Charles rivela piano piano un lato oscuro che si intensifica e finisce per prendere drammaticamente il sopravvento con l'arrivo della conclusione. Anch'egli è insicuro, ma, al contrario di Francis (con cui ha oltretutto un rapporto molto intimo), è possessivo, specialmente con la sorella, di cui è geloso in modo anche troppo sospetto, scadendo spesso e volentieri nella violenza - verbale, o fisica; la sua attitudine alcolica, che non ci è mai troppo nascosta, riesce infine a catapultarlo nel baratro, ed egli si sentirà abbandonato e sconfitto, fino a perdere ciò che di più caro ha al mondo. Tutte le volte che penso a Charles, mi sale il magone, perché è davvero un bellissimo personaggio, molto sfaccettato, comunque adorabile nella sua inquietudine. Edmund "Bunny" Corcoran, 24 anni. Ok, sto ancora, dopo due anni, a chiedermi come il nome Edmund possa tramutarsi in "Bunny", ma comunque. Bunny non è difficile da inquadrare: è un po' un grezzotto. Rozzo, trasandato, approssimativo, chiassoso, buffoneggiante, spesso fastidioso. La sua mente un po' superficiale, le sue battute stantie e il suo humour da quattro soldi, però, lo fanno inizialmente prendere in simpatia. A metà tra lo zimbello e la mascotte del gruppo, è, diciamo, la vittima della follia dionisiaca dei suoi quattro compagni. Uno spirito semplice, ma con un grande cuore, e mi è dispiaciuto abbastanza per la sua, diciamo, dipartita. In realtà, però, Bunny non lascia mai la narrazione, perché la sua voce nasale ed il suo spirito aleggiano tra le righe - specialmente nella mente di Richard, il cui tormento per l'accaduto è raccontato intimamente, ed è più palpabile. L'ossessione di Richard è, principalmente, basata su un unico pensiero: "E' successo una volta, cosa potrebbe impedire che accada di nuovo ?". Attraverso le parole di Richard stesso, assistiamo al cammino di questi giovani verso l'assoluta perdizione. Questi cinque eletti, fuori da qualsiasi canone da tipici ragazzi universitari, che ci vengono presentati come miliardari figli di papà, ricconi tutti bella-vita ed apparenza, ma che, a conti fatti, hanno una varietà non indifferente di disastri soppressi a fatica nel loro passato, da famiglie piene di debiti a storie di morti, dipendenze, malattie. Richard dovrà ammettere, a sue spese, che non è tutto oro quel che luccica, e pian piano dovrà rendersi conto dell'estrema fragilità di quell'universo che sembrava così preferibile a quello cosiddetto normale. La ricerca estrema del piacere, dell'evasione dal proprio corpo e dall'esperienza terrena attraverso i rituali dionisiaci, ben lungi dall'essere solamente una ragazzata, diventa il fulcro vero e proprio della narrazione, un tentativo - ben riuscito, aggiungerei - di obliare la severità del mondo. Però, come siamo costretti a constatare, la perfezione non esiste, l'oblio della coscienza non può durare a lungo, i fantasmi del nostro passato riemergono in un tipicamente greco eterno ritorno dell'identico; la bellezza altro non è che terrore, crudeltà, ed il conto per i nostri errori, purtroppo, arriva. Ed arriva proprio per tutti, senza distinzione alcuna. "Ci piace pensare che abbia un certo valore la vecchia banalità amor vincit omnia. Ma se ho imparato una cosa, nella mia breve triste vita, è che quella banalità è una bugia: l'amore non vince nulla, e chi lo pensa è uno sciocco." Voto: somewhere over the rainbow - 10/10
In scripta manent.
« sabato, 22 agosto 2009 »
( Drama Queen @ 14:32; commenti (4) ) L'uomo produce il male come le api producono il miele;
Il Signore delle Mosche - William Golding
(titolo originale: Lord of the Flies, 1954) ![]() Il Signore delle Mosche è uno dei miei tre libri. Miei.
Nel senso, uno di quei libri - ripeto, solo tre finora - che, almeno una volta l'anno, devo rileggere, assolutamente. Mi ha trasmesso tantissimo e, meraviglia delle meraviglie, continua a trasmettermi ogni volta, ad ogni lettura. Perché Il Signore delle Mosche è un'apocalisse nascosta dietro l'apparenza di un romanzo per bambini. E' cuore oscuro, è tenebra pulsante, è tutto quello che non vorresti accadesse, e invece accade, di fronte ai tuoi occhi inermi. E tu non puoi farci nulla. Vieni risucchiato all'interno della trama, inebetito e curioso, voglioso di sapere cosa succederà poi, e lo sbigottimento la fa da padrone, pagina dopo pagina. Tutto quello che vorresti non accadesse, accade. L'apparenza del romanzo per bambini, fondamentalmente, viene dalla presentazione delle prime dieci pagine. E' un romanzo per bambini perché i protagonisti sono bambini. Deduzione ovvia, più che logica. Ma questo è un Piccolo Principe all'indietro, un romanzo a più livelli e chiavi di lettura, non un viaggio di speranza, bensì un viaggio all'interno della crudeltà umana. Ma tu, lettore, non puoi cedere così facilmente perché, ehi, in fin dei conti è solo un romanzo per bambini ! Il più grande dei protagonisti ha nemmeno dodici anni ! Già quel titolo, però, il Signore delle Mosche, Lord of the Flies, che altri non sarebbe se non Belzebù, il Demonio in una delle sue tante accezioni nominali, stona molto con l'impostazione falsamente infantile. La storia, a grandissime e oltremodo semplicistiche linee descrittive, è questa: nell'imminenza di un conflitto planetario (che, a mia interpretazione, sarebbe la seconda guerra mondiale, ma non è mai specificato), un aereo, carico di bambini dell'età media di 9/10 anni, membri di una prestigiosa scuola, partito dall'Inghilterra e diretto non-si-sa-dove, precipita nel bel mezzo del Pacifico, nei pressi di un isolotto non specificato. Nessun adulto superstite, solo bambini. Molti bambini. Che prendono immediatamente possesso dell'isola, facendola propria. Per tutto il libro si narrano le avventure di sopravvivenze e scoperte di questo piccolo popolo di giovanissimi survivors. Sin dalle prime pagine si distinguono tre personalità, contrastanti e, a ben vedere, complementari. Ralph, biondo dodicenne, eletto leader del gruppo all'unanimità, carismatico, fedele, intelligente e astuto. Ralph è il prototipo del capitano senza macchia, inizialmente molto determinato, fermo nelle sue convinzioni e desideroso di portare i "suoi" bambini al salvataggio, forte della sua democratica elezione. Ma poi, come ogni capitano nella sua formazione, si rivela fragile, dubbioso, inquieto, a tratti perso. E' pur sempre bambino. Il secondo personaggio che salta all'occhio è Piggy - che in realtà è un soprannome, nessuno conosce il suo vero nome -, grassoccio, con gli occhiali, petulante, a tratti noioso. Lui è la vera e propria coscienza morale del gruppo, e di Ralph in particolare, una sorta di consigliere di corte e filosofo del dovere, del realismo, dell'oggettività. C'è solo una cosa da fare, ed è farsi salvare. Non si può perder tempo in chiacchere da ragazzi, e particolarmente sconcertanti sono i suoi moniti ai compagni, "Sembrate solo un branco di bambini !". Piggy è l'unico filo rosso che collega i protagonisti al mondo adulto, ma anch'egli, purtroppo, è pur sempre bambino. La terza personalità è incarnata da Jack Merridew (di lui conosciamo anche il cognome, dacché inizialmente viene chiamato proprio per cognome), capo-classe e capo-coro di voci bianche della scuola. Quindi, capo. Leader nato, bulletto ribelle, aggressivo e focoso quanto i suoi capelli - rosso fuoco, per l'appunto - lentigginoso, alto e ossuto, sprezzante, menefreghista, selvaggio e bramoso di gloria, vittoria, potere. Acido, volgare. Inizialmente è un tutt'uno con Ralph, è il suo vice, forse nella speranza di detronizzarlo. Sempre in netto contrasto con Piggy, perché tra istinto e razionalità, si sa, da secoli vige una battaglia senza tregua. Col passare delle pagine, e del tempo, Jack sviluppa una passione per la caccia ai piccoli mammiferi dell'isola, cinghiali. E questo suo nuovo hobby porta definitivamente al collasso, al degenero. Sangue, morte. Violenza, che chiama sangue, e ancora morte. La piccola tribù di civili in poche pagine degenera, si trasforma. Da civili a selvaggi, senza regole, senza leggi. L'abbandono più totale della civiltà, della società e di ogni conformismo culturale, il tutto spazzato via in poco tempo. Jack entra quindi in conflitto con Ralph, perché, violando alcune regole base dell'istituzione-isola (ovvero quelle riguardanti al tenere acceso il fuoco), Jack stesso si ritrova a violare l'unica cosa che ancora tiene tutti legati al mondo esterno. Si spezza il legame, si formano due gruppi, e il circolo di morte e sangue si conclude in maniera atroce, ma commovente, chiamando un lieto fine insperato. Sullo sfondo, due figure importanti fanno da contorno ai già citati protagonisti. C'è il mostro, la Bestia, dalle sembianze cangianti e multiformi, che inizialmente popola gli incubi dei più piccoli, accennata appena ma subito rimossa, poi si proietta magicamente al di fuori, nascondendosi nell'oscurità, arrampicandosi tra gli alberi, volando nel cielo, nuotando nel mare, intimorendo e terrorizzando, impedendo la guardia al fuoco, inibendo la vita e la scoperta. La Bestia è un alone nero che avvolge l'intera scena, prima dubbio, poi realtà conclamata e urlata a gran voce, quel Signore delle Mosche che da' il titolo al romanzo, quell'arcaica paura, subdola e strisciante. E poi troviamo Simon, un bambino scuro, di viso e di capelli, inquietante, sia per i compagni che per il lettore stesso. Componente del coro e sottoposto di Jack, Simon teatralizza la sua entrata in scena, svenendo nel bel mezzo della prima riunione. Per gli altri è solo un modo come un altro, abituale, di mettersi al centro dell'attenzione, ma in realtà, ci verrà rivelato più in là, Simon soffre di epilessia. Lui, grazie a questo suo tratto caratteristico, ricorda un po' le figure profetiche dei poemi omerici, come Cassandra o Tiresia, vate non creduto, flusso di coscienza che si interrompe e svicola nell'inconscio più nero. Ed è proprio uno di questi suoi "accessi" epilettici che lo porteranno dritto al climax del libro, al culmine del delirio oniroide, allo stato di incoscienza allucinato: il dialogo, terribile, con la Bestia. E, successivamente, anche alla scoperta, accidentale, che la Bestia, in sostanza, non esiste. E' solo il prodotto della paura, dell'indefinito, la bestia è la paura della paura stessa. E' ciò che non può essere sconfitto. E, proprio perché non può essere sconfitta, Simon, il prescelto, il detentore imprevisto della verità, soccomberà, prima di portare a termine la sua missione. Nessuno saprà mai che la Bestia in realtà è dentro ognuno di noi. La Bestia è parte di noi, è noi. La nascondiamo proprio in fondo al nostro cuore, repressa a fatica. Quegli istinti animaleschi, terribili, che trasformerebbero l'Uomo in Bestia, li custodiamo nei recessi più scuri della nostra anima, attenti a non far trapelare alcunché. Il Signore delle Mosche è la parabola dell'uomo, costretto a lottare dall'infanzia, dall'alba dei tempi, dilaniato tra le famose tre istanze freudiane, Es (Jack, l'istinto), Io (Ralph, il compromesso con la realtà), e Super-Io (Piggy, la moralizzazione), succube e padrone al tempo stesso della sua sorte, sorte che oscilla costantemente tra il baratro dell'oscurità (la Bestia) e la magia salvifica (Simon). A voi la scoperta del vincitore di questa eterna battaglia, raccontata da Golding con superba maestria, che mostra la fragilità e la potente violenza di un mondo, quello dei bambini, così indifeso, eppure così indipendente. E così maledettamente simile a quello adulto. ![]() Ebbene, ho visto anche i film. Ne sono stati tratti due, il primo, di Peter Brook del 1963, ed il secondo, di Harry Hook, del 1990. Quello di Peter Brook è decisamente più fedele al libro (nonostante sia ambientato nel 1984 e non negli anni '50 come il libro), e me lo immaginavo proprio così un film su LotF, con gli stessi costumi e più o meno le stesse facce dei protagonisti, e forse, proprio per questo, mi ha preso di più, non saprei. Il film del 1990, invece, oltre ad essere ambientato nel periodo contemporaneo alla lavorazione, ovvero quello della guerra fredda (c'è addirittura un accenno alla paura dei Russi !!) tralascia diversi particolari e ne romanza altri, ma la trama ed i protagonisti sono sostanzialmente gli stessi, e quindi risulta un film davvero incantevole. Questo nonostante l'intromissione di una cosa che mi ha fatto un pochino storcere la bocca: inizialmente nel film c'è un adulto. E' il capitano superstite dell'aereo, e ci rimane pure per un bel pezzo, convalescente e in stato mezzo comatoso, ma c'è, e imho contamina l'atmosfera. Una piccola nota di demerito ad entrambi i lungometraggi: ma, insomma, a prendere un bambino grassoccio con gli occhiali per fare Piggy non ci vuole molto, e ok, l'abbiamo appurato; però, cristo, Ralph in tutti e due i film ha i CAPELLI SCURI, e, scusate, ma non si può proprio vedere. Passi per Jack, che in quello del 1990 ha i capelli biondicci, vabbè, ma Ralph moro - addirittura ricciolino in quello del '90 ! Il viso era perfetto per il Ralph che immaginavo, avrebbero mica potuto ossigenarlo ?! ;_; -, dopo che proprio alla prima pagina del libro si specifica "capelli biondi", no eh. E anche Simon, descritto nel libro quasi come un piccolo negro, sempre, SEMPRE, chiaro di pelle e capelli. Ma insomma ! Daltonismo o cosa ? Sottovaluto forse le difficoltà di un casting ? Almeno LotF del '63 è in b/n, così bene o male ti immagini i colori e amen. Altra nota di demerito, in generale. Anzi, nello specifico, per la traduzione italiana del libro. Cazzo e stracazzo, vado contro il patriottismo e me ne frego, ma è veramente orrendo tradurre tutti i nomi dei bambini in italiano. Roger è Roger, non RUGGERO, William è William e non GUGLIELMO, Robert è Robert e non ROBERTO, Simon è Simon e non SIMONE, e poi, perché Ralph è rimasto Ralph, e anche Jack è rimasto Jack e non è diventato, che so, GIACOMO ? Per fortuna che non hanno tradotto Piggy. O, meglio, l'hanno tradotto, nel doppiaggio del film del '63. Tutte le volte che Ralph chiamava "BOMBOLO !" ero sempre a metà tra la risata e lo sconcerto. Libro: "Perché hai detto a tutti che a scuola mi chiamavano Piggy ?" - "Beh, meglio Piggy che Grassone". Ok dai, Piggy è un soprannome anche carino, volendo. Film: "Perché hai detto a tutti che a scuola mi chiamavano Bombolo ?" - "Beh, meglio Bombolo che Grassone." NO, E' MEGLIO GRASSONE VERAMENTE ;_; E, sempre nel suddetto film, Piggy (cioè BOMBOLO) è l'unico del cast doppiato a chiamare Simon "Simone". Ma perché mai ? Cioè, lo ridoppio io se volete. I misteri del doppiaggio. Sigh. Voto: somewhere over the rainbow - 10/10
« mercoledì, 05 agosto 2009 »
( Drama Queen @ 12:06; commenti ) Chemicals, don't make me sick again ! I'm always so dubious of your intent;
of Montreal - Hissing Fauna, Are You the Destroyer ? (Polyvinyl/Goodfellas, 2007)
Genere: alternative pop ![]() Non so, involontariamente è il secondo album del 2007 che recensisco. E, non so, ultimamente sono sempre più attratta da gruppi/cantanti con propensioni, come dire, poco virili. Dopo assidui ascolti di Scissor Sisters (a cui, in un certo qual senso, gli of Montreal si accostano parecchio), mi accingo, ordunque, a parlarvi di quest'album veramente... Indefinibile. Sconquassante, sconvolgente !
Gli of Montreal provengono dallo stato della Georgia, Athens per la precisione (la stessa dei REM) - quindi a ben vedere è anche il secondo gruppo americano che recensisco ! Ed è strano, io che venero l'Inghilterra come culla musicale maxima - , ed il leader della band è tale Kevin Barnes. Eccentrico - per usare un eufemismo -, sia nello sconclusionato ma meraviglioso modo di cantare, che nell'abbigliamento, che nel modo di gestire i live. E' sfacciato, provocatorio. Completamente andato. Qui dunque c'è da decidere se il prodotto della mente di quest'uomo, ovvero il disco in questione, sia dovuto a fattori endogeni, quindi ad un serio e non trascurabile disturbo mentale di matrice psicotica, oppure a fattori esogeni, quindi a diversi bad trip da acido lisergico sperimentati nel corso della registrazione del suddetto. Personalmente propendo per un fifty-fifty. Lui era già fuso di suo, e per rincarare la dose c'ha aggiunto un bel po' di chimica. Poco male, perché il risultato è semplicemente fa-vo-lo-so. Balli, salti, canti e ti strippi con questi schizzati per tutta la durata dell'album, e se questo serve a far dimenticare i problemi della vita, ben venga, dannazione ! Mai musica pop fu più gradita. Scostando poi il velo, o meglio dire, muro, di distorsioni e urletti, l'attenzione cade sui testi. Se la musica è così assurda, la speranza viene riposta nella scrittura. Che almeno quella un senso ce l'abbia ! Ogni canzone, in effetti, un suo recondito senso ce l'ha. Heimdalsgate Like a Promethean Curse, per esempio, parla di psicofarmaci, <"I'm in a crisis, I need help - Come on mood shift, shift back to good again">; A Sentence of Sorts in Kongsvinger (non amate anche voi questi titoli così assurdamente assurdi ?) ci racconta le difficoltà di una vita vissuta in Norvegia, <"While living in Norway, I felt the darkness of the black metal bands, but being such fawn of a man - I didn't burn down any old churches">; Cato as a Pun tira in ballo addirittura Catone il Censore, amico di tanti latineggianti compiti in classe; per non parlare di Gronlandic Edit, ma anzi sì, parliamone !, che con il suo ritmo scanzonato punta il dito addirittura contro religione e chiese varie, <"I guess it would be nice to give my heart to a god, but which one, which one do I choose ? All the churches fill with losers, psycho or confused, I just want to hold the divine in mind and forget all of the beauty's wasted">, contornato da un video simile poi, cos'altro ci sarebbe da aggiungere. C'è altro da aggiungere, invece, perché il capolavoro, per me, dell'album è The Past is a Grotesque Animal, il vero cuore dark dell'opera. Dura ben undici minuti, passati tra giri di chitarre e basso insistenti e coretti ridondanti al limite dello spettrale. In più il testo, così intimista, è stupendo e si rivela avere una forza evocativa straordinaria. Bunny Ain't No Kind of Rider narra le vicende di una certa Eva, amica di Barnes, presumibilmente bisessuale, e rigettata perché è solo una faggy girl; She's a Rejector, dalla postura quasi wave, completa il cerchio di generi con tanto di schitarrate tamarre (che ricordano una marcia zombie suonata da un qualsiasi gruppo indie à la Franz Ferdinand); la conclusiva traccia, infine, We Were Born the Mutants Again with Leafling, potrebbe dirsi una bella canzone d'amore, <"Sometimes we're not legible, but we're the same strange animal, let them say our love is peculiar, don't care">, se non fosse che, tranne per questa frase, non ha senso. E insomma, tra danze scatenate e falsetti da acidi sixties, psichedelia rimodernata, copertine con colori che aderiscono alla retina e melodie bizzarre, gli of Montreal offrono tanta, tanta carne al fuoco, risultando decisamente unici nella proposta musicale odierna. Direste, in fondo, che questo è solo pop ? Tracklist:
1. Suffer for Fashion 2. Sink the Seine 3. Cato as a Pun 4. Heimdalsgate Like a Promethean Curse 5. Gronlandic Edit 6. A Sentence of Sorts in Kongsvinger 7. The Past is a Grotesque Animal 8. Bunny Ain't No Kind of Rider 9. Faberge Falls for Shuggie 10. Labyrinthian Pomp 11. She's a Rejector 12. We Were Born the Mutants Again With Leafling Voto: 8/10
In ma che mu-.
« martedì, 04 agosto 2009 »
( Drama Queen @ 20:41; commenti (1) ) - Siete turisti ? -;
Cortesie per gli Ospiti - Ian McEwan
(titolo originale: The Comforts of Strangers, Einaudi, 1981) ![]() Ok, per me parlare di Ian McEwan di questi tempi e per quanto riguarda le mie attuali letture è un po' come parlare di una divinità del mio personale Olimpo, letterariamente intoccabile. Nutro per lui una vera e propria venerazione scrittoria, darei l'anima per saper scrivere come lui ! Della sua bibliografia ho precedentemente letto Bambini nel Tempo, il meraviglioso L'amore Fatale, il meraviglioso [2] Espiazione e Sabato, opere che mi hanno permesso di annoverarlo tra i miei autori preferiti di sempre (e credo continuerò la mia esplorazione dei suoi scritti - sono totalizzante nel mio amore, lo so).
Ero ad una fiera del libro in Urbino, la settimana scorsa, e, non potendomene uscire di lì senza almeno un volume tra le mani, mi sono assicurata subito un ottimo risultato, acquistando questo libricino (è veramente breve, 134 pagine nell'edizione tascabile Einaudi). E Mr McEwan ha centrato anche stavolta. L'ho letteralmente divorato, nonostante in questo periodo sia satura di "materiale cartaceo", giacché il troppo studio mi sta, nemmeno tanto lentamente, uccidendo. La trama di Cortesie per gli Ospiti è semplice: una coppia "non convenzionalmente intesa" (non sono sposati, diciamo... *amanti*), Colin lui, Mary lei, inglesi entrambi, si ritrovano in vacanza in una ridente località marittima. Qui fanno la conoscenza di un abitante del luogo, Robert, che si offre loro come anfitrione per la durata della loro permanenza. Fin qui tutto tranquillo, direte voi. Quel che però sin dall'inizio colpisce, e spesso e volentieri crea una sensazione di quasi disagio per tutta la narrazione, è il senso di indefinitezza. McEwan non localizza spazio-temporalmente i suoi protagonisti. Non ci dà indicazioni riguardanti il luogo (quindi non sai dove collocare, nell'infinità del globo terracqueo, quel che sta succedendo) né della datazione cronologica (quindi non sai nemmeno in che epoca ci troviamo. Presumibilmente moderna, ma quando ?), per lasciare il tutto un po' - un po' tanto - in sospeso. E questo è solo il primo segnale del minuzioso lavoro che il caro autore ha iniziato il lettore di turno - me, nello specifico. Il secondo segnale arriva direttamente con la comparsa di Robert, che è letteralmente "sconvolgente". Robert è un personaggio atipico, specialmente per il suo modo di porsi. Entra sin da subito in confidenza con Mary e Colin, iniziando a narrare loro della propria tremenda infanzia, farcita di maltrattamenti domestici non indifferenti, in una famiglia in cui la forma vale molto più della sostanza. Mostrandosi oltretutto gentile, tanto gentile, troppo gentile. Personalmente i suoi modi di fare mi hanno immediatamente infastidito, e turbato. Una persona del genere l'avrei mandata a quel paese all'istante ! Quel che poi mi ha sorpreso/sconvolto ancora di più è che Colin e Mary non oppongono molta resistenza. Inizialmente c'è qualche stanca presa di posizione difensiva, che non sortisce grandi effetti. Loro, fondamentalmente, stanno al gioco. L'atmosfera che segue nelle pagine - con l'introduzione anche della moglie di Robert, Caroline, donna molto fragile - si fa sempre più densa di quesiti (ma chi è questo Robert ? perché si comporta in questo modo ? ha secondi fini ? qual'è realmente il rapporto tra Colin e Mary ?), quesiti che vengono poi sciolti, e risolti, lentamente pagina dopo pagina. Ma non del tutto. La vicenda ruota intorno al quadrilatero composto da un lato da Robert e Caroline, e dall'altro da Colin e Mary, e, al centro, troviamo il tema del turbamento, dell'ossessione, tanto caro a McEwan. Ossessione inquietante (è l'aggettivo con cui meglio riesco a descrivere tutto il libro), che si disvela infine essere atroce, impensabile. La narrazione, però, riesce ad essere estremamente lucida, fredda, quasi atona. E ciò accresce ulteriormente il disagio. Mi sono spesso chiesta, mentre leggevo, se è possibile parlare di certe cose che ci coinvolgono in prima persona senza, in definitiva, sentirsi realmente coinvolti, forcludendo il tutto dalla coscienza, sterilizzando i propri pensieri. Se è possibile, ad un certo punto, smettere di provare dolore, essere stanchi anche solo di nominarlo. Leggere Cortesie per gli Ospiti non mi ha fornito una risposta, ma sicuramente mi ha catapultato in certe zone della coscienza difficili da esplorare, con maestria narrativa, nello stile lineare e brillante di McEwan, che è riuscito a condensare in pochissime pagine uno dei terrori atavici dell'umanità: quello di essere i peggiori, e più crudeli, carnefici di noi stessi. E, comunque, generalmente diffidate da chi è troppo gentile, chissà cosa mai potrebbe capitarvi. Voto: 8/10
Dimenticavo: anche da questo libro, come per Espiazione e L'Amore Fatale, è stato tratto un film, con Rupert Everett, Christopher Walken ed Helen Mirren, del 1990, ma non ho avuto modo di reperirlo. Se mai riuscirò a vederlo, recensirò anche quello, chi lo sa ! In scripta manent.
« lunedì, 03 agosto 2009 »
( Drama Queen @ 22:01; commenti ) No apologies, no regrets;
Queer as Folk (US) - Showtime; 2000/2005
![]() (da sx. a dx. Emmett, Melanie, Lindsay, Brian, Justin, Ted; in basso, proprio dove dovrebbe rimanere, Michael) Io sono fissata con Queer as Folk. Amo tutti gli attori, amo tutti gli episodi, amo ogni cosa possa essere anche lontanamente correlata a questa serie. Non sono una fangirl, ma toccatemi Queer as Folk e sarete folk morta. (Non sono una fangirl !)
E' bene metterlo in chiaro sin da subito. Beh, ormai, dopo visioni ripetute di tutti gli episodi in ogni lingua possibile, potrei praticamente parlarne per ore e ore e ore, ma concentrare tutto in "poche" righe è compito arduo.
Ho conosciuto la serie grazie alla mia adorata sorellina, e mi sono vista tutte e cinque le stagioni, con uno sforzo estremo ma stoico ed esemplare, su youtube (grazie alle gentili concessioni di questa gentile user). Per iniziare in maniera neutra, potrei citare la cara wikipedia, sempre pronta all'uso: "Queer as Folk è una serie televisiva prodotta nel 2000 da Showtime e Temple Street Productions per gli USA ed il Canada; e si basa sulla serie inglese Queer As Folk creata da Russell T. Davies.
Il titolo della serie nasce da un'espressione dialettale di alcune zone del nord dell'Inghilterra: «there's nought so queer as folk», che significa "non c'è nulla di così strano come la gente"; dove la parola "queer" in Inglese significa, oltre che "strano", anche "omosessuale". Queer As Folk (USA) è la storia di cinque uomini gay che vivono a Pittsburgh in Pennsylvania (Brian, Justin, Michael, Emmett e Ted), ed una coppia lesbica (Lindsay e Melanie). È stato aggiunto nella seconda stagione anche un altro personaggio maschile, Ben. La versione USA è stata girata in Canada: molte scene esterne nella chiesa di Toronto e nel Wellesley gay village. La serie Usa-Canada include per motivi d'ascolto numerose scene di sesso ed enfatizza di più l'aspetto sessuale rispetto alla serie originale. I controversi percorsi narrativi esplorati hanno incluso: il coming out, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, l'uso e l'abuso di droghe per divertimento, l'adozione da parte di coppie dello stesso sesso, l'inseminazione artificiale; i vigilanti; le aggressioni contro i gay; il sesso sicuro; la sieropositività; la prostituzione minorile; i preti cattolici gay; la discriminazione sul posto di lavoro bastata sull'orientamento sessuale, l'industria pornografica di Internet e i bug-chasers (individui sieronegativi che secondo la leggenda urbana cercano attivamente di diventare sieropositivi)." Bella roba, direte voi, pesante.
Nein, errato. Se c'è un tratto distintivo degli 83 episodi di Queer as Folk (articolati in cinque stagioni) è proprio la non-pesantezza. Che non significa superficialità, tutt'altro. E' molto lo humor, molta l'ironia - che non sfocia mai nel sarcasmo - e molte le scene letteralmente scompiscianti. Lo spettatore, però, è sempre stimolato a pensare. Ragionare. Utilizzare le proprie funzioni cognitive superiori, insomma. Queer as Folk è diretto ad un target diverso dai soliti O.C., Gossip Girl, o, ancora più indietro, Beverly Hills e Melrose Place. Qui c'è da usare intelligenza. E, se non siete disposti a munirvene, questa serie non fa per voi, decisamente. Il coraggioso ed avventuroso utente, spinto da curiosità - come lo fui io all'epoca -, sin dai primissimi minuti del primissimo episodio (se riesci a sopravvivere alla sigla iniziale sei già a buon punto, fidati), si trova catapultato in un mondo decisamente poco conosciuto - o mai messo in luce in maniera così ampia -, quello dei cosiddetti "quartieri omosessuali americani", provvisti di pub, tavole calde, discoteche, negozi etc., nei quali i protagonisti del telefilm si muovono e passano le loro giornate. Insomma, froci ovunque (e lo dico con assoluta stima e simpatia per tutto il mondo gaylesbicotrans, chi mi conosce sa). E, ehi, magia delle magie, esistono davvero (perché la maggior parte di noi etero vede il mondo gay come, non so, il mondo di Barbie Fairytopia, incantato ed inesistente) ! E poi, caspita, questi tipi addirittura parlano, si muovono, interagiscono e copulano - per usare un gergo puritano. Copulano alla grande, non c'è che dire, e copulano spesso. O, meglio, uso il plurale per parlare del copulatore folle della serie: il bellissimo, sexy, ricchissimo pubblicitario di successo e supersupersuperdotato Brian Kinney. Tu, uomo etero medio, fissati bene in mente il suo nome, perché non copulerai mai quanto copula lui in 83 episodi. Nemmeno in due vite. I protagonisti, per l'appunto, sono ciò che di più umano si possa incontrare, e troviamo le tipologie caratteriali più disparate. Abbiamo già accennatto a Brian (ma non se ne dicono mai abbastanza su di lui, *sigh*), ma ci vengono anche presentati, sin da subito, personaggi "adorabilmente" petulanti come Michael Novotny, insoddisfatto e petulante - hm,l'ho già detto ? - migliore amico di Brian, sentimentale, riflessivo, e un sacco di altri aggettivi che trovereste assolutamente noiosi in un uomo. Michael è costretto a nascondere la sua gaiezza sul luogo di lavoro, ovvero un supermercato che è il corrispondente della Conad nostrana, per paura di essere preso di mira/licenziato. Lo stesso deve fare Theodore "Ted" Schmidt, altro protagonista amico dei due, timido commercialista, che ha l'etichetta dello "sfigato" del gruppo - "Ted ha un gran cuore ! ... Peccato che nessuno sia interessato alla grandezza di quell'organo." (lui mi è subito entrato in simpatia, dolce !). Ed infine troviamo Emmett Honeycutt. Emmett è proprio lo stereotipo della checca come tutti ci immaginiamo le fantastiche creature di Fairytopia. Appariscente, chiassoso, amichevole, pieno di allegria, tutto fosforescenze e lustrini. Lavora in un negozio d'abbigliamento, ed è semplicemente favoloso (amo anche lui !). Justin Taylor, invece, è un diciassettenne - e, come tutti i diciassettenni in piena crisi ormonale, una piattola tremenda - con evidenti propensioni... artistiche, ed omosessuale "alle prime armi". La sua giovane età lo condurrà già nei primi quindici minuti dell'episodio pilota ad attraversare il rito di iniziazione di ogni frocio di Pittsburgh che si rispetti: copulare con Brian Kinney. Il suo giovane cul-ehm-cuore riuscirà a rimanere indifferente a tutto questo ?
Ovviamente, non poteva mancare la controparte maschile ! Avete letto bene, maschile. Che mondo sarebbe senza una bella rappresentanza lesbica ? Quindi abbiamo la salda e felice coppia lesbo, Lindsay Peterson, la bionda dolce professoressa d'arte, e Melanie Marcus, la mora avvocatessa ebrea, agguerrita e molto mascolina. Per concludere la veloce carrellata descrittiva, non si può non menzionare il parentado di Michael, ovvero Debbie Grassi Novotny, la sua esuberante mamma, cameriera di un ristorante, di origini italiche (purtroppo, continua la convinzione che la maggior parte delle mamme italiane cucinino solo pasta e siano giovialmente sovrappeso !), e "lo zio Vic", ovvero Victor Grassi, zio di Michael, allegro sieropositivo (... è seriamente allegro ! Ed è sicuramente uno dei personaggi più positivi). A prescindere dalle boiate che posso aver scritto, ognuno di loro è caratterizzato a dir poco divinamente, e ti ritrovi all'improvviso ad urlare contro lo schermo perché "CAZZO NO NON PUO' FINIRE ANCHE QUESTA PUNTATA". Sono arrivata a spararmene sei in una sera. E durano 45/50 minuti l'una.
Quindi sì, insomma, coinvolge molto. Tutti, ma tutti, hanno un proprio spessore, compresi i personaggi appena accennati, e non li senti artefatti, anzi, li vedi evolversi (non tipo Pokèmon.. meglio), chi bene chi meno bene, puntata dopo puntata. E' praticamente impossibile non lasciarsi trasportare e coinvolgere, e fare il tifo per ognuno di loro. Personalmente, ho una fissazione per la terza serie, che secondo me è la più riuscita. A seguire, in ordine di preferenza, la prima, la quarta, la seconda e la quinta. "Ma che ce ne frega a noi delle tue preferenze ?", direte giustamente. Veniamo ora al trattamento riservato a questa meravigliosa serie nel nostro bel paese.
In Italia è stato possibile vedere le prime 3 stagioni con alcuni episodi della 4° su Gay.tv (canale satellitare) in lingua originale con sottotitoli in italiano. In un secondo momento, con la chiusura di Gay.tv (chissà-perché), la programmazione è stata spostata sul canale Jimmy, del tipo "più lontano sta meglio è": la serie questa volta è stata presentata con un doppiaggio in italiano (per alcune voci azzeccato, per altre un po' meno) e riproposta per intero dalla prima serie. La trasmissione è stata nuovamente spostata (tà-dah), stavolta sul canale digitale terrestre Iris (YEAH), in terza serata (sempre più tardi !), dal lunedì al venerdì, per buona parte dell'inverno, per poi andare in onda a tarda notte a partire dalla primavera del 2008. Non si sa a quale divinità occorre render grazia, ma da inizio luglio di quest'anno è ricominciata la trasmissione su Jimmy, rigorosamente in seconda serata. Ma dalla seconda serie. NON SI PUO' VOLER TUTTO. Come se non bastasse, ci sono problemi di reperibilità anche su dvd, e per ora ci si accontenta di reperire i dvd su alcuni siti inglesi. ... Siete ancora qui a leggere ? Correte a guardare. ORA.
PS: Non ho volontariamente fatto menzione alle numerose scene di sesso esplicito, per non guastarvi la sorpresa ! Voto: 8.5/10
(la quinta stagione abbassa drasticamente la media, ahimé.) ( Drama Queen @ 17:12; commenti (2) ) I just wanted to catch the last laugh of this show;
Modest Mouse - We Were Dead Before the Ship Even Sank (Epic, 2007)
Genere: alternative rock ![]() Parto bene e vado sul sicuro, perché inizio parlando di musica, e, più precisamente, parlando di un album bello (non occorre ricordarvi l'estrema soggettività delle opinioni della sottoscritta, vero ?). Cosa sappiamo dei Modest Mouse ? Io li conosco bene e da qualche anno, perché 1) sono uno dei gruppi indie - o così amano etichettarli - che più mi aggradano, e 2) che ve lo dico a fare, ci sono affezionata per tutta una serie di motivi. Sono americani - dello stato di Washington, per la precisione -, e quindi scordiamoci l'inglesitudine ostentata di molti gruppi odierni, hanno all'attivo sette album (il primo datato 1994) e sono capitanati da un pazzo, dotato di un etilico piglio personale, chiamato Isaac Brock. Dead Ship - il titolo è troppo lungo anche sottoforma di sigla, quindi per comodità lo chiamerò così - prosegue il cammino già intrapreso dal precedente Good News for People Who Love Bad News (2005) (come avrete potuto notare, amano i titoli clamorosamente lunghi), ovvero: lasciamo le tortuose strade dell'indipendent music che-non-caga-mediamente-nessuno e viriamo verso l'autostrada del cosiddetto "mainstream", "buttiamoci a pesce nelle classifiche di Billboard e, chissà, magari un giorno arriveremo anche a TRL" (!!!). E già sento il buon indie-fan lamentarsi, "MA COME, noi li amavamo grezzi e crudi come in Alone Down There, NON POSSONO TRADIRE LE LORO ORIGINI, a noi piacevano ruvidi e... grezzi !, ci piaceva Isaac scimmia-urlatrice, voler fare soldi è proprio una merda !". Quindi ora i Modest Mouse sono dei venduti ? Ma magari fossero tutti così, i venduti. E non preoccuparti, buon indie-fan, Isaac urla ancora, e continua a spaccare discretamente i culi. Per lo scettico ascoltatore rimasto alla scorsa decade, che pensa che nel panorama musicale odierno ormai non ci sia più niente di saggio/giusto/innovativo/degno-delle-sue-orecchie da poter suonare, arriva pronta la smentita di Isaac Brock&co. Che, nel frattempo, per mettere in scacco anche i più nostalgici, ha - furbamente - annoverato nel complessivo del topo un chitarrista proprio alle prime armi. Chi ? Boh, si chiama Johnny Marr, e dicono abbia suonato per diverso tempo in un gruppo chiamato The Smiths, molto famoso negli anni '80. Ah io non lo conosco proprio questo qui, eh. Ma mettiamo Dead Ship nel lettore (facciamo finta che io l'abbia comprato) e subito March Into the Sea ti assale, ti culla e ti fa sobbalzare, come se stessi su una barca e non marciando verso il mare, e Isaac Brock, oltretutto, se la ride ! <"Bang your head like a gong 'cause it's filled with all wrong - ah ah ah ! Clang, clang, clang !">. E poi, eccolo !, sopraggiunge il singolone, Dashboard, passato e ripassato su mtv, con un video molto fico - che non ho trovato sul tubo, ma tant'è -, oltretutto, e insomma, niente da dire, perché è una canzone che con quel riff e quelle strombazzatine ti entra subito in testa. Fire It Up ha un sound molto morbido, e il passaggio a Florida è ancor più spiazzante, soprattutto se pensi all'irruenza post-punk che un po' ricorda i Talking Heads (e che non ha nulla da invidiare alla loro precedente A Different City, in Moon and Anctartica [2000], traccia che amo). Parting of the Sensory è una delle mie preferite dell'album. C'è qualcuno che tormenta uno strumento ad arco, e senti il suono salire dentro, la musica vibrare, fermare il suo climax e poi procedere verso l'alto, fino all'esplosione finale. Non sono una critica musicale, ma personalmente mi mette i brividi. Brivido accentuato se poi penso al capolavoro dell'album, che, ironia della sorte, è una ballata. Ed ecco rispuntare il caro, buon indie-fan, "Ehi tu, starai mica insinuando che Isaac Brock abbia cantato una ballata con quella voce ?". Ebbene sì, Isaac Brock non solo l'ha cantata, ma non ha nemmeno stonato, ha contenuto il suo alcolico entusiasmo ed è riuscito ad accompagnare la melodia, risultando canonicamente piacevole. Little Motel è un gioiello di composizione, ovunque la si volti. E, se contornata da un commoventissimo video come questo, direi che gli ingredienti ci sono tutti. Spitting Venom, la mia terza traccia favorita di Dead Ship, è un'epopea di otto minuti e passa, ma la lunghezza non pesa, perché se sei incazzato il testo ti si appiccica felicemente addosso, e la chitarra avvelenata ammicca alle tue orecchie, <"Well it looks like you're the winner and I ain't gonna play no more - It's over, game over">. C'è un po' di Moon and Antarctica qui, e Isaac torna in auge con la sua voce da cazzone urlante (lo amo !). Ho skippato - per motivi di lunghezza - le altre tracce negli inframezzi, ma direi che il lavoro risulta comunque completo. Perché è quest'opera ad esserlo. La voce e l'irruenza del leader della band, sempre con la sua prosa pungente ed azzeccatissima, fa da collante a tutte le tracce dell'album, che non delude, nonostante il "fottuto mainstream". E poi, ehi, che questo Johnny Marr ci sappia davvero fare ? Tracklist:
1. March into the Sea
2. Dashboard 3. Fire it Up 4. Florida 5. Parting of the Sensory 6. Missed the Boat 7. We've Got Everything 8. Fly Trapped in a Jar 9. Education 10. Little Motel 11. Steam Engenius 12. Spitting Venom 13. People as Places as People 14. Invisible Voto: 7.5/10
In ma che mu-.
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